Mariotta la quarta bambina

Nadia Bertolani

Fiammetta ha perduto i ricordi dell'infanzia ed è afflitta da un incubo ricorrente dal quale né il dottor Baum né il marito Nicola sanno liberarla.

Scrittore di favole, arguto e comprensivo, Nicola la convince a tornare nella sua città natale con il pretesto di un Premio Letterario alla carriera. Nell'arco di tre giornate, l'ultima delle quali una caldissima e onirica Estate di San Martino, Fiammetta ha un drammatico incontro con Riccardo, un amore dei tempi dell'Università, e recupera parzialmente la memoria: affiorano dal passato le bambine Elisa, Giovanna e Mariotta, il linguaggio cifrato del “PA” , la Torre del Castello sempre chiusa a chiave, il bambino nano e la donna nera.

In un gioco pericoloso in cui realtà e fantasia si scambiano le parti, Fiammetta ritroverà se stessa. Forse.

Genere: narrativa contemporanea
Pagine: 244
Prezzo: 3,99€ (ebook) - 12,00€ (cartaceo)
ISBN: 9788892313491

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Perché l'abbiamo scelto

Romanzo vincitore del concorso "Indiebook Go 2016"

Mariotta la quarta bambina è un romanzo completo, maturo e profondo, scritto da una penna colta e preparata quale dimostra essere quella di Nadia Bertolani.
Una storia che fa della semplicità la sua forza, dell'intimità il suo cuore, di un'ombra misteriosa un motore discreto ma potentissimo.
Personaggi veri, emozionali, e parole mai scritte per riempire pagine, concludono il ritratto di un romanzo che merita di essere letto.

Le vostre recensioni

Fiammetta, la protagonista, ormai adulta e sposata con uno scrittore di libri per bambini, si trova costretta a lasciare il suo protettivo nido parigino per tornare nel suo paese d'origine, abbandonato all'età di otto anni, per seguire il marito insignito di un premio letterario.
A Torralta, in un mondo provinciale che sente estraneo e ostile, deve fare i conti con il suo vissuto, con antichi legami e un'infanzia che ha lasciato strascichi e incubi nella sua quotidianità.
Di colpo affiorano alla sua mente ricordi sepolti, un mistero che non era riuscita a dipanare e che riaffiora frequentemente nei suoi sonni tormentati, un senso di colpa che tenta di sedare con l'aiuto dell'analisi e degli ansiolitici, immune anche alla comprensione di un marito attento e sensibile.
Nadia Bertolani è abile nel costruire una storia che vive in due piani temporali, il presente e un lontano passato che procedono in parallelo, fino alla collisione finale, una catarsi che permette alla protagonista di fare pace con se stessa.
La scrittura classicheggiante, arguta e ricca di sfumature, fa di questo romanzo un piccolo gioiello, uno dei migliori esempi di quel mondo della letteratura “indipendente” che meriterebbe maggiore visibilità.

Il libro coinvolge già dalla copertina: un volto angelico e inquietante, nel contempo, di una bimba che ti invita a un “resti tra noi” col suo ditino posto sulle labbra in segno di tacere (il nemico ti scolta); e si vorrebbe tacere davvero su questo racconto intimo di una bambina cresciuta suo malgrado per affrontare la vita col suo pesante bagaglio esistenziale. Un invito che travalica la finzione letteraria e ti costringe a sederti al posto del dottor Baum per ascoltare in silenzio il suo flusso di coscienza. Non sto scomodando per piaggeria Joyce, ma mi piace ricordarlo per la sua stupenda lezione sull’autocoscienza; una tecnica letteraria estremizzata nel suo capolavoro, l’Ulisse, della quale pare si sia persa la traccia negli scrittori di successo di questi ultimi anni. Nadia Bertolani se ne avvale con un tono più soft, più discreto, intendo; quasi a non voler ‘disturbare’ il limite del lettore occasionale, di quelli che non perdono un Volo, per esempio. Lo fa con una volontaria leggerezza di penna – un naif evoluto – laddove affiorano i ricordi infantili, mentre diventa più articolata e, giustamente, cerebrale nel narrato delle sua maturata età di signora nevrotica; dove, quest’ultimo etimo (ah, l’etimo!), è da considerarsi nell’uso meno patologico del termine: di chi si dimostra ansioso, fragile di nervi; ma con una grande capacità di autoironia, o autolesionismo mi verrebbe da dire. Una stupenda commistione tra realtà sognata, quella vissuta e quella scritta da una donna realizzata a metà; l’altra parte vive nei sogni (deliri) con un sonnambulismo costante risvegliato solo da un marito avvezzo a raccontare favole alle bambine, come un padre(?) seduto ai piedi del letto. Di fronte, questa volta. E, se è di fronte, lo si può solo ammirare per la sua capacità dialettica; non certo immaginare un rapporto fisico, altrimenti noto come transfert.Questo, per la gran parte del libro. Poi bisogna farsi da parte e cedere di nuovo la seggiola al dottor Baum, perché è evidente che la nostra capacità di leggere si limita ai segni neri sul foglio (patto finzionale, per dirla con Umberto Eco) mentre quella dell’inconscio spetta a lui, il dottor Albero, che sentenzia: amnesia lacunare. E noi a correre su Wikipedia per accertarci dell’esistenza di una simile patologia, in parte perché sospettiamo che sia ancora una finzione della Fiammetta/Mariotta, in altra per accertarci che sia vera e poterla applicare anche a una nostra personale debolezza della funzione mnesica. Anche se Fiammetta ci aveva già parzialmente rassicurati: “… Il tempo si arrotola, si confonde, il prima e il dopo si danno la mano e si scambiano i ruoli. Forse nel mondo esiste una lingua che non ha tempi verbali, forse da qualche parte ci sono popoli che non hanno bisogno di fare chiarezza…” Non c’è dubbio che questo racconto possa essere colto appieno solo da una generazione. Quella successiva, però, può certamente restare incantata da un fluire magico di parole appropriate, mai pedagogiche. Un eloquio discretamente referenziale, tipico di una generazione smarritasi poco prima del grande avvento: l’immaginazione al potere; non più autorizzata a indottrinare qualcuno, comunque.

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