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Deathpoint

Stefano Bolotta

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«Trenta-quindici!».

Il giudice di sedia ribadì il punteggio mentre un gigantesco otto motori da cinquemila anime sorvolava il campo centrale. Jack Muffin smise di palleggiare, si bloccò ad ammirare il velivolo nella sua imponente eleganza, qualche centinaia di metri sopra la sua fronte.

Gli aeromobili avevano cessato di produrre rumore da un decennio, tuttavia non sarebbe mai riuscito a servire con la necessaria concentrazione quando da Heathrow si alzavano quelle cittadelle volanti. Se ne stava lì, naso puntato verso il cielo, ad ammirare il pachiderma che iniziava il suo straordinario ciclo vitale, e non dubitava che il decollo rappresentasse la fase più emozionante di un volo sull’otto motori. Lo affascinava il sofisticato micromondo che di lì a pochi minuti avrebbe preso vita a bordo del bestione, per poi svanire nel nulla, effimero com’era nato, una volta concluso il viaggio. Poteva immaginare i quattro ponti affollati tra un negozio di griffe e i ristoranti, la sala del poker che svuotava gli alloggi di prima classe, l’indimenticabile spettacolo della camera trasparente in coda al velivolo; disegnava facce distese di uomini d’affari, mamme alle prese con isterici vagiti infantili, donne di straordinaria bellezza in cerca di sguardi complici. A bordo di quelle città esisteva una società su scala ridotta con proprie regole, equilibri e relazioni.

Jack non poteva evitare che la sua immaginazione restasse impigliata ogni volta nella scia del pachiderma volante. Vide la coda dell’aeromobile sparire dietro il tetto del campo centrale e tornò a guardare l’avversario solo quando l’arbitro, dal suo seggiolino fluttuante, lo ammonì per l’eccessiva perdita di tempo. Jack non avrebbe potuto ignorare quel che stava facendo, ma era persuaso che gli otto motori, con le loro stupefacenti società in miniatura, meritassero più d’un momento d’attenzione. Lanciò la pallina sopra la spalla destra ed esplose una violenta prima di servizio.

A pochi metri di distanza, nel palco delle autorità, una bambina di sei anni - sul cui petto gocciolava un cono alla panna - diede un’occhiata al tabellone. Il punteggio diceva sei-uno sei-tre quattro-due. Il terzo set seguiva la scia dei precedenti, Jack andava sciogliendosi nel caldo opprimente di una Londra infiammata dall’estate come accadeva ormai da quindici anni, quando il surriscaldamento globale aveva ridefinito le stagioni dell’Europa del Nord.

Sul quaranta pari servì un ace a duecentotrenta orari, nello scambio successivo conquistò il gioco con un audace passante lungolinea di rovescio. Mentre si avviava con lentezza al cambiocampo, Jack contemplò lo stadio brulicante di tifosi. Non si capacitava di come potessero essere così numerosi, e soprattutto tanto generosi nel sostenerlo. Se ne era meravigliato a ogni interruzione, quasi con un senso di colpa: tutti quei soldi spesi per assistere a una partita senza storia!

Jack Muffin aveva ventiquattro anni. Secondogenito di una coppia di inglesi emigrati a Rochester, nel Minnesota, aveva impugnato la racchetta all’età di sei anni, prima della Guerra civile americana che sancì la fine dell’egemonia dei Wirchill, i magnati dell’idrogeno. Possedeva un talento enorme per il tennis, questa la sentenza dell’allenatore serbo che dodici anni prima lo aveva portato con sé in Europa, avviandolo al professionismo e gettando le basi per arrivare al traguardo di un’intera carriera: la finale del torneo di Wimbledon.

Stravaccato nel suo angolo, Jack accese una sigaretta e ignorò l’inorridito bisbigliare del pubblico, preferendo scrutare gli sguardi attoniti del royal box alle spalle. Iniziò a contare le persone dai capelli biondi nelle prime cinque file, ne individuò diciassette, poi l’arbitro chiamò il tempo e lui fece un ultimo tiro, intenso come uno spillo infilato di colpo nei polmoni. Poco più in alto, in tribuna, il coach scosse la testa e a molti sembrò sul punto di piangere.

Il match riprese con l’avversario in battuta, un lungagnone australiano con una fascia in fronte a contenere la folta chioma, e braccia affilate come moschetti. Tuonò quattro prime vincenti guadagnando il gioco senza fare un passo in campo e senza versare una sola goccia di sudore. Toccava a Jack il compito di allungare la finale del torneo più prestigioso al mondo. In quel turno di servizio sentì la testa pesare come un sasso, e allo stesso tempo svuotarsi di ogni responsabilità. Se non aveva saputo cogliere l’occasione giusta, la colpa era certo del suo gioco d’attacco, normalmente ispirato e incisivo, che d’un tratto poteva scomparire in modo effimero, proprio come accadeva quel pomeriggio. Aveva perso e lo aveva fatto senza lottare, senza nemmeno l’orgoglio di accennare una reazione. Che fosse uno splendido perdente, i suoi tifosi, seduti a migliaia sugli assolati spalti di Londra, lo sapevano da tempo. Ma era il prezzo da pagare per ammirare anche un solo scambio del suo tennis classico e potente, stilisticamente impeccabile, a tratti immaginifico. Nell’assiepata tribuna, un anziano distinto col cappello bianco - su cui rilucevano iniziali d’oro - imboccò l’ultima fragola della vaschetta costata poco meno di venti sterline. Guardò il tipo pacioso in giacca e cravatta che ciondolava accanto a lui stremato dall’afa opprimente.

«Che strano individuo quel Muffin» disse.

«La più grande dispersione di talento che ricordi dall’inizio del Duemila a oggi» rispose l’altro.

«Che peccato».

«Una vicenda personale assai complessa. Non credo possiamo aspettarci altro, da un uomo del genere».

«Ai miei tempi lo sport era tutt’altra cosa» rifletté l’anziano. «La vita agonistica stava da una parte, quella privata il più lontano possibile. Solo così uno diventava un campione».

«Non dimenticare che sono passati decenni, il mondo è radicalmente cambiato» sorrise il tipo pacioso.

«Sì, ma mi fa orrore vedere un tennista buttarsi via in quel modo».

«Sarà perché qui tu hai vinto otto volte».

«Sarà, eppure non mi diverto. Forse bisognerebbe rallentare la superficie: renderebbe il servizio meno importante, e il gioco più equilibrato».

Il tipo pacioso sussultò. «Togliere l’erba sintetica da questi campi? Ma scherzi, siamo nell’olimpo della tradizione, amico mio! Guai a non vedere la moquette verde sul rettangolo di gioco, la gente impazzirebbe!».

Una goccia di sudore cadde dalla fronte di Jack Muffin e morì sul campo senza che nessuno se ne accorgesse, mentre la sua volée di dritto affondava in rete. L’arbitro pronunciò l’alchimia «gioco-partita-incontro», la folla si alzò all’unisono ad applaudire il lungagnone australiano steso per terra in lacrime.

Jack raggiunse il suo angolo nell’istante in cui giovanotti e uomini in bella uniforme s’indaffaravano per il cerimoniale. Rivolse la mente allo schema di parole crociate assunto la sera prima dalla Grande rete cerebrale, a quella definizione al diciotto verticale per cui non aveva preso sonno, dodici lettere: «lo è un evento impossibile da evitare». Chiuse la borsa infilandoci le racchette e sorrise a una donna ancora giovane, capelli biondicci e guance bianchissime, che ammiccava in prima fila a un paio di metri da lui. Si avvicinò, allungò le braccia, la baciò in fronte.

«Non ho la penna» si scusò.

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Deathpoint

Stefano Bolotta

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Leggi l'anteprima

Le pieghe orizzontali del mare corrono lungo la terza dimensione, veleggiano verso i nostri occhi immobili avvicinandosi ogni volta di un'inezia, senza mai sfiorarci, a ricordare che tutto passa e tutto torna, ciclicamente, e non esiste mareggiata che non porti con sé un'onesta risacca.

Anno 2050. Un tennista. Un viaggio. La lotta per la libertà. La vita. La morte. L'amore. Jack Muffin, tennista di Rochester, Minnesota, affronta la finale del torneo di Wimbledon. Ma le cose non vanno per il meglio, come nella lacerata Ex Repubblica oligarchica d'America, dove un manipolo di idealisti lotta per mantenere la democrazia.

L'autore

Stefano Bolotta, giornalista professionista dal 2009, nasce a Lecco il 26 giugno 1979 e risiede ad Abbadia Lariana (Lc). Dal 1998 al 2014 è stato redattore per il settimanale La Gazzetta di Lecco ed è tuttora collaboratore di Tele Unica Lecco per cui realizza servizi nel telegiornale, oltre a condurre trasmissioni sportive e commentare incontri calcistici di serie C2 e D. Scrive articoli per i quotidiani online LeccoChannelNews e Lecco Today. È inoltre collaboratore di Ubitennis, il principale portale tennistico in Italia. Deathpoint, edito in self publishing, è il suo primo romanzo.

Il suo sito web


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Perché l'abbiamo scelto

Deathpoint è un romanzo che con la sua storia sospesa tra terreno e ultraterreno, sa avvincere e coinvolgere il lettore. Immagini semplici come la bambina con il gelato che cola sulla maglietta mentre assiste alla finale di Wimbledon, sono costruite con una tale maestria dall'autore, che riescono a farti sentire il brusio degli spettatori, a farti provare l'inquietudine di Jack Muffin al risveglio nel palazzo giallo, in un mondo sconosciuto, senza persofonino o aeromobili, dove il tempo sembra privo di significato.

Un romanzo bello e credibile, dove la sintesi tra realtà e immaginazione è così paradossalmente vicina da non far perdere mai la curiosità di scoprire cosa accadrà nel capitolo successivo.


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