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Fughe

Mario Pacchiarotti

Come ai vecchi tempi

Alla nascita Jesus Alberto Fuentes non sembrava destinato a un grande futuro. Aveva visto la luce in una favela dove già raggiungere il mese di vita veniva considerato un traguardo.

Sua madre l'aveva concepito appena dodicenne e tuttavia ancora vergine. Arrivato il momento di annunciare la lieta novella aveva evitato di sollevare la questione: nessuno le avrebbe creduto, considerando il continuo via vai di uomini che animava la casa per via del mestiere esercitato da madre e sorelle maggiori. D'altra parte a chi sarebbe importato? Di bambini era già piena la casa e avevano rinunciato da tempo a tenere la conta di nati, morti e dispersi.

Era cresciuto così, come tanti suoi compagni di strada, senza che niente lasciasse immaginare quello che sarebbe accaduto. Solo una volta era stato imprudente, trasformando l'acqua in tequila, ma la cosa venne fatta passare per semplice scambio di contenitori, dato che nella favela entrambi i liquidi avevano un aspetto tutt'altro che incolore.

Non c'erano sapienti con cui confrontarsi, per bene che andasse la gente del posto frequentava qualche anno di scuola elementare, così Jesus Alberto, detto Albertino, crebbe fino a diventare adulto, sempre al fianco della madre e provvedendo in qualche modo ai bisogni di entrambi. Taciturno, tranquillo ma capace di difendersi se necessario, superò infine la soglia dei trenta. Era solo uno dei tanti disgraziati che sopravvivevano aggrappati con la forza della disperazione a quella misera quanto preziosa esistenza.

Poi, una mattina di maggio, tutto cambiò.

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Albertino annunciò in maniera semplice e diretta la sua decisione: «Devo partire madre, la mia ora si compie e non posso più restare.»

Lei rimase colpita dallo strano eloquio del figlio, ma non fece storie, lo abbracciò, gli mise in una bisaccia del cibo e i pochi stracci che possedeva. Lo vide andare via, verso la città, fino a divenire un puntino lontano, perso nella folla brulicante. Era consapevole che non sarebbe tornato. Cercò di ricordare a quanti figli avesse già dato l'addio, ma rinunciò subito, in fondo non era sicura di volerlo sapere.

Albertino si trovava ancora nella favela, nel suo cuore pulsante di putrida vita, quando si fermò e tenne il suo primo discorso: era tempo di realizzare la missione per cui era venuto al mondo. Le sue parole toccavano nel profondo la gente che ascoltava: parlavano di giustizia, amore, uguaglianza, della necessità che i ricchi condividessero i loro beni con chi non ne aveva. Discorsi che non potevano trovare orecchie più ricettive, né portafogli e stomaci più vuoti. Disse loro che dovevano recarsi da chi governava, affinché quelle parole si trasformassero in azioni concrete. Parole già tante volte sentite, mai davvero applicate, se non in occasionali, ipocriti sprazzi di carità marginale. Alla fine del suo discorso ispirato raccolse la bisaccia e si avviò per la sua strada, seguito da un centinaio di persone. Era solo l'inizio.

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Jesus e i suoi seguaci non puntarono dritti verso il centro della capitale, presero invece a girovagare di favela in favela. La folla che lo seguiva si ingrandiva sempre più, nonostante questo non si verificavano incidenti, né tutta quella gente sembrava creare disagi a nessuno. Anche i problemi logistici si dissolvevano man mano che il gruppo si spostava da una parte all'altra. Non ebbero difficoltà per reperire di che nutrirsi: c'era sempre abbastanza cibo per tutti e se qualcuno gridava al miracolo, altri più pragmatici facevano ipotesi più razionali. Anche il tempo sembrava trattarli con un occhio di riguardo: mai una pioggia né temperature eccessive. Non si trattava comunque di fenomeni inusuali per la stagione.

La folla al suo seguito era difficile da valutare, ma si azzardò una stima di circa quindicimila persone. Già il governo valutava la possibilità di intervenire per disperderli quando Albertino, cambiando del tutto strategia, cominciò a marciare verso Nord. In pochi giorni, seguito dal suo numeroso corteo, raggiunse il confine dove, almeno in teoria, i soldati avrebbero dovuto fermarli, con le buone o con le cattive.

Ma Jesus Alberto non si fece scoraggiare. Gli bastarono alcuni minuti, e un discorso più toccante del solito, per convincere quei militari a spalancare la frontiera. Per di più, molte delle guardie si unirono alla folla. La stessa scena si ripeteva in ognuno degli stati che attraversavano. La folla intanto continuava a crescere a dismisura. Erano almeno trentamila quando giunsero nei pressi di Chetumal, al confine col Messico. Ad accoglierli stavolta non c'erano le solite guardie di frontiera, ma un intero reggimento dell'esercito, schierato in assetto di guerra, con tanto di artiglieria. Il messaggio era chiaro: di qui non si passa.

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Jesus Alberto guardava davanti a sé. I militari erano dislocati lungo il confine che correva dalla città che si trovava ad Ovest, per arrivare verso Est, dove c'era una grande laguna. Oltre quella si stendeva una penisola, già in territorio messicano. Per lui la situazione era spiacevole, odiava mettersi in mostra più del necessario, ma in fondo era lì anche per quello. Si diresse deciso verso la riva del mare, là dove in lontananza si vedeva la costa, e alzò le mani al cielo. L'acqua della laguna non era profonda, ma nessuno avrebbe tentato l'azzardo di passare da quella parte. Eppure dopo poco, una strana marea, aiutata forse dal vento, spinse le acque della laguna verso il mare aperto, prosciugando quasi del tutto lo specchio d'acqua. Ben presto si creò un'ampia area dove l'acqua rimasta era alta al massimo un palmo.

«Seguitemi» disse a quel punto Jesus Alberto avviandosi deciso in direzione del Messico.

I suoi seguaci non esitarono un attimo, tirarono su gonne e pantaloni e sguazzarono felici dietro di lui.

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Il generale Diego Acosta era un uomo determinato. Religioso praticante, come gran parte dei suoi connazionali, aveva dedicato la vita alla patria e raggiunto i vertici del comando. Non dimenticava però le sue origini popolari e amava, riamato, le classi più derelitte, prodigandosi in beneficenza e supportando con il suo appoggio, morale e concreto, tanti ragazzi che cercavano di emularne i successi nella carriera militare.

Questo non gli creava alcun problema quando si trattava di ammazzare qualche peones, come già più volte in passato aveva avuto modo di dimostrare. Appena si rese conto di ciò che stava accadendo, diede l'ordine: cambiare lo schieramento in modo da intercettare quella marea umana non appena avesse messo piede all'asciutto, superata la laguna, sul sacro suolo messicano.

Gli uomini eseguirono gli ordini con diligenza e velocità. Non erano da meno del loro condottiero e avrebbero dato la vita per lui e per la patria, nel caso non si potesse proprio evitare. Quando Albertino e i suoi trentamila seguaci arrivarono a terra, mezzi zuppi e stanchi morti dal faticoso cammino, si trovarono di fronte lo stesso ostacolo che avevano sperato di aggirare con quella sfacchinata.

Un mormorio di delusione attraversò la folla. Lui invece appariva più che altro scocciato. Scrollò le spalle, persisteva in quella missione ormai solo per puntiglio, ma la cosa cominciava a pesargli. Guardò l'esercito che aveva davanti e cominciò ad avanzare verso di loro, non poteva evitare il confronto.

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Quando il generale lo vide venire solo, pensò di averlo in pugno. Se la folla fosse avanzata compatta non avrebbe avuto altra scelta che far aprire il fuoco. Sarebbero bastate poche sventagliate per disperderli, ma da fanatici come quelli ci si poteva aspettare di tutto. Una strage non avrebbe giovato alla sua immagine già compromessa, perciò fu felice di vedere che il profeta veniva a trattare come un qualsiasi bandito di strada. Attese con pazienza che l'uomo lo raggiungesse, senza fare un solo passo per andargli incontro.

«Perché non ci fate passare?» chiese serafico Jesus Alberto.

«Non siete autorizzati a entrare nel territorio messicano, questo è tutto. Non siamo tenuti a dare spiegazioni, il nostro è uno stato sovrano e nessuno può permettersi di entrare nel nostro paese senza permesso.» Era una spiegazione tanto semplice da suonare idiota, ma in effetti era l'unica che aveva.

«Veniamo a portare amore e giustizia, siamo innocui, chiediamo solo di poter raggiungere gli Stati Uniti.»

«Dovete tornare da dove siete venuti. Non avete il permesso del governo per stare qui» insistette il Generale.

«Va bene» rispose Albertino sorridendo «allora andremo tutti insieme a chiedere questo permesso.»

Diego pensò che avrebbe potuto farlo arrestare. Sarebbe stato facile gestire la folla priva di leader. Stava per dare l'ordine quando Jesus fece un paio di rapidi passi e lo abbracciò: «Ci farete passare, anzi credo che verrete con noi.»

Qualcosa si smosse nel profondo dell'uomo, in qualche remoto recesso residui brandelli di anima furono toccati da quelle parole. Forse motivazioni più terrene, legate a processi ormai vicini alla loro conclusione, sconsigliarono il Generale dall'usare violenza. L'unica cosa certa è che Diego annuì incerto, si girò e diede ordini davvero insoliti.

Qualche ora dopo Albertino, i suoi discepoli, e un reggimento di militari disarmati e stupefatti, camminavano in buon ordine in direzione Nord Ovest.

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Fughe

Mario Pacchiarotti

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Quattordici racconti in totale, alcuni dei quali già pubblicati in varia forma, sia con editori che come indie, altri del tutto inediti. L'ambientazione fantastica viene sfruttata per giocare con le situazioni, spesso ribaltandole, coinvolgendo il lettore nella ricerca di risposte a domande complesse.

L'ironia è una nota costante nella maggior parte di queste storie anche se in alcune si abbandona la leggerezza per affrontare temi più impegnativi. Il sorriso allora tende a farsi amaro, nonostante un'eco canzonatoria rimanga comunque percettibile.

Tutto gira intorno ai difetti dell'uomo: razzismo, odio, passioni carnali, guerre, avidità e sfruttamento, egocentrismo. Per ogni situazione, per ogni racconto, un piccolo stralcio di fantastico viene creato solo per accogliere una storia, per creare una situazione da raccontare.

Porre domande fuori dagli schemi, immaginare situazioni diverse da quelle che affrontiamo tutti i giorni, mettersi nei panni degli altri, sono tutti passi imprescindibile per la ricerca di qualsiasi risposta. Specialmente di quelle che coinvolgono l'animo umano e le sue mille sfaccettature.

L'autore

Mario Pacchiarotti nasce a Roma nel 1959, e questo è il suo primo e più importante successo, di cui riconosce di non avere merito.
Passa l'infanzia e l'adolescenza leggendo qualsiasi cosa gli capiti a tiro: libri per ragazzi, enciclopedie, riviste e giornali. Affezionato cliente dei negozi di libri e fumetti usati, ama in particolare la letteratura di genere, soprattutto fantascienza e fantasy.
Lavora da sempre in campo informatico e al momento è impiegato come esperto di sicurezza IT.
Vive nei pressi di Roma con moglie, figlia e un numero variabile e imprecisato di gatti, dipendente più dal volere di questi che dal suo.
Non ha mai smesso di leggere e da qualche anno si dedica anche alla scrittura. Ha pubblicato nel 2013 i suoi primi racconti da indipendente, successivamente alcuni altri hanno trovato posto tra le pagine di antologie e riviste, tra le quali ricordiamo Occhi di drago della Gainsworth Publishing.
Nel 2016 pubblica, sempre come indie, nell'ambito dell'iniziativa "Sad Dog Project", la raccolta di racconti Fughe e il romanzo Baby Boomers.

Il suo sito web

Perché l'abbiamo scelto

Fughe è una raccolta che si distingue per due elementi: una narrazione sapiente, che mantiene il lettore sul filo della sorpresa e della scoperta, e le tematiche attuali che vanno a sviscerare i vizi della nostra società.

Pacchiarotti si dimostra, infatti, osservatore critico nei confronti della realtà moderna e le sue storie sanno raccontarla da un punto di vista diverso, per certi versi alieno, ma con un linguaggio diretto che porta il lettore a sentirla familiare, a percepire le sue distorsioni narrative come più che possibili.


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