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Ritrovarsi, forse

Jacopo Gallo Curcio

Prologo

Lorenzo

Lorenzo era per strada, smarrito, mentre il sole feriva i suoi occhi già martoriati dalle lacrime. Il suo sguardo chiaro era inespressivo, perso.

Era appena uscito dall'ospedale. Non ci sarebbe dovuto neppure andare, se non fosse stato per quella febbre che non andava via e che considerava solo come stanchezza per il troppo lavoro delle ultime settimane. Il dottore non ne era convinto. Volle fare alcuni accertamenti. Alla fine, aveva avuto ragione quest'ultimo.

Vide passare un taxi. Lorenzo lo prese e indicò al conducente l'indirizzo di casa. Guardava dal finestrino, come fosse sul treno. Era assente. Gente che camminava, negozi aperti, macchine ferme ai semafori, alberi fluttuanti al vento. Tutto era muto, sebbene mostrasse vita. Quel mondo sembrava distante, non lo riconosceva più come il proprio, eppure gli era appartenuto, almeno fino a pochi istanti prima.

Lasciato di fronte al portone di casa, salì lentamente le scale con una fatica che non conosceva. Aprì la porta e, soprappensiero, la richiuse dietro di sé. Accese la luce e si fermò a guardare, come fosse stata la prima volta, quella che era la sua abitazione, ma in verità solo per riprendere fiato. Tutto era rimasto come l'aveva lasciato. Il tavolo accostato alla parete era ancora imbandito con le stoviglie della sera prima, l'angolo cottura in disordine, il divano alla sua sinistra che reclamava un'energica sprimacciata e le persiane della finestra ancora serrate.

Lentamente si sfilò i vestiti. Rimase nudo. Si guardò, dall'alto verso il basso: il petto, l'addome, il sesso, la punta dei piedi. Sembrava non si fosse mai visto. Era quasi del tutto glabro. Sentiva il desiderio di toccarsi, ma il timore di farlo era più forte. "Cosa sono diventato?", si chiese. Provò a poggiare i palmi delle mani sull'addome. Rabbrividì al contatto e, come se scottasse, allontanò velocemente le mani e le braccia.

Si mosse verso la radio, l'accese e spense la luce.

Il buio lo avvolse, atteso e improvviso allo stesso tempo. Inerme, attendeva di penetrarlo con lo sguardo. Solo lentamente, spiragli di luce cominciavano a emergere dalle fessure delle persiane. Lorenzo era al centro della stanza. Le pupille si dilatarono, mentre iniziava a vedere nel buio della stanza. Sembrava essere calato anche il freddo. Muoveva il collo, la testa e distendeva i muscoli. Provava dolore.

Sentiva le onde della musica che, propagandosi, lo investivano. Come una fiera in preda al panico, le orbite scattavano furtivamente. Vibrava, forse rabbrividiva al pensiero di ciò che era diventato. Prese a muoversi. Prima le mani, poi i piedi, poi ancora le braccia, le gambe, il bacino, il collo. Il movimento aumentava al ritmo della musica, che si faceva sempre più insistente. Menava fendenti in aria, per ogni dove. La bocca si storceva, muta. Eppure credeva di gridare. Si contorceva con l'incalzare frenetico e martellante delle note, mentre pensava che quella nuova condizione non lo avrebbe più lasciato. La musica imperversava.

Prese un bicchiere dal tavolo. Poi, d'improvviso, con un ampio gesto lo scaraventò violentemente contro il muro. S'infranse in mille pezzi. Di scatto, ne prese un altro e voltandosi verso il lato opposto della stanza lo lanciò con forza contro un vaso di fiori secchi e lo vide infrangersi in mille pezzi. I fiori caddero, assieme ai cocci. Prese un piatto, poi un altro e un altro ancora. Li fece roteare verso le pareti della stanza, il soffitto, il pavimento, che ormai era ricoperto di schegge. La musica rombava allegra.

Non sarebbe mai guarito da quel mostro che abitava, con lui, il suo corpo. Gemeva, senza riuscire a urlare. Non sentiva più forza nelle braccia, nelle gambe, dentro di sé. Improvvisamente, non riusciva a muoversi. Pensava a se stesso come a qualcosa di altro e diverso. Il cuore batteva all'impazzata. Il respiro affannava. La musica era assordante.

Poi, d'improvviso, Lorenzo prese a ridere, poi a piangere, poi a ridere di nuovo. Il suo viso regolare, dagli zigomi alti e pronunciati, si storceva in un'espressione che non era né di sorriso, né di pianto. Avrebbe voluto che il cuore esplodesse e con esso il mostro. Ecco, pensò, questa è la soluzione: farla finita. Era lì, accasciato a terra, solo con se stesso. Eppure, ancora vivo.

La musica riprese, con lo stesso ritmo, con la medesima ossessione, con lo stesso volume.

Lorenzo era esausto. Cominciava a sentire un senso di nausea che lo spinse a fatica verso lo stereo, per spegnerlo. Fermò tutto.

Piombò il silenzio.

La testa girava. Le orecchie fischiavano. Il cuore picchiava alle tempie.

Voleva ridere. E ancora una volta pianse. Si guardò in giro e solo allora si accorse di avere i piedi sanguinanti. Stranamente, non provava dolore. Non sentiva nulla. Era svuotato. La sua mente era altrove, lontano dal suo corpo, dal suo mondo, dalle sue speranze.

Fissava i suoi piedi, li guardava come se non fossero stati i suoi. Rimase fermo, rigido, con uno strano ghigno sulla bocca.

Si lasciò andare, adagiandosi al muro, fino a quando, esausto, perse i sensi.


Francesco

Quella mattina Francesco si svegliò che il mare era particolarmente mosso.

Il cielo era plumbeo e i rami degli alberi si agitavano convulsamente. Le nuvole si addensavano minacciose sulla costa. Aprì la finestra della sua camera e una folata gelida di vento lo investì. Rabbrividì. Prima o poi pioverà, pensò. Richiuse subito. Rimase dietro il vetro a guardare le onde del mare impetuose che si disarticolavano all'impatto con gli scogli e lentamente si assorbivano ricomponendosi. Fissava ammaliato quel movimento ritmico e costante. Da lontano riusciva a udire il mare e il vento, che fondendosi sembravano ululare. Non era intimorito, quanto piacevolmente cullato. Rimase lì per qualche tempo, appoggiato con una spalla alla finestra e lo sguardo vagamente assonnato.

Poi, senza accorgersene, il suo sguardo tenuto fisso sullo stesso punto del mare, si offuscava lentamente a favore dell'immagine del suo viso che, trasparente, prendeva forma in un'apparizione. Ne fissava gli occhi scuri, il naso storto, la bocca pronunciata, le labbra carnose, il viso ovale. Quegli occhi adesso lo fissavano a sua volta. Lo scrutavano e impietosamente lo scoprivano. Le pupille erano fluide, intense, penetranti. Era uno sguardo libero, mai notato prima.

Si toccò il viso e Francesco tornò a riconoscersi per ciò che era sempre stato.

Scese giù in cucina a fare colazione. Come ogni giorno la madre gli lasciava tutto pronto. C'era la tazza con Paperino che gli augurava il buongiorno, la zuccheriera e i suoi biscotti preferiti. Prese il latte dal frigorifero, il caffè della mattina già pronto nella moka e li versò entrambi nella tazza. Scaldò tutto nel microonde. Chiudendo lo sportello rivide l'immagine del suo viso. La fissò, ancora una volta, per cercare quello sguardo, nuovo, impetuoso, volitivo. Ma non lo rivide.

Non importava. Era deciso ormai. Quell'estate, quella mattina, quel bacio… Da allora le cose gli erano apparse diverse. Era stato tutto inaspettato, non cercato e neppure voluto, ma era accaduto e non poteva più tornare indietro. La sua vita si era affacciata alla porta reclamando di essere vissuta. Aveva paura, non sapeva cosa attendersi, ma sentiva che era ciò che avrebbe dovuto fare: seguirla.

Era così giunto il momento di andare. Il tempo passava, i suoi pensieri lo condizionavano, lo rendevano insofferente. Immaginava ore diverse, fatte di altri volti, altri odori, altri sapori, altre persone, altre sensazioni. Voleva vivere quella vita che non aveva ancora avuto, che non si aspettava neppure, ma di cui ora sentiva non poterne più fare a meno.

Il microonde squillò. Prese la tazza bollente e andò a sedersi al tavolo, aggiunse lo zucchero e mescolò il latte, sotto lo sguardo sorridente di Paperino. Era sempre stato lì con lui, ogni mattino da trenta anni a quella parte. Sentiva che non aveva più voglia di fare colazione, semmai ne avesse avuta. In fondo, era una di quelle cose che ordinariamente faceva tutte le mattine, così senza pensare, solo per abitudine.

Lasciò tutto sul tavolo. Salì in camera. Si cambiò velocemente e uscì.

Il vento sembrava non dare tregua, il mare non avere pace. Così si sentiva anche lui, ora più di prima. Era uscito dirigendosi verso la spiaggia. Arrivò e rimase fermo a guardare. Riprese a muoversi, verso quel mare che lo aveva visto nascere, proprio come una madre.

Si sfilò le scarpe e a piedi nudi giunse sulla battigia. Sentì l'acqua fredda che lo bagnava, ma non si ritrasse, anzi provò piacere. Proseguì.

I pantaloni si appiccicavano alle ginocchia, umidi, freddi. Gli schizzi delle onde lo colpivano indistintamente ovunque, anche sul volto. Continuava, più proseguiva e più s'immergeva.

Era bagnato. Era bagnato, ma nonostante il freddo, Francesco sentiva caldo. Il battito del suo cuore correva all'impazzata, come i suoi pensieri e i suoi sogni. Anche le sue paure. Il suo sguardo era diretto oltre il mare, verso l'ignoto.

È giunto il mio momento, pensò. Era immerso nel mare, vestito. Cosa direbbe mamma? Lo avrebbe sgridato, redarguito, come il Francesco di sempre. "Importa? No!", si disse a voce alta. "Non importa più". Ciò che avrebbe avuto significato da allora in poi sarebbe stato solo ciò che lui avrebbe deciso per se stesso, senza pensare a cosa avrebbero detto o voluto gli altri. Partiva. Lasciava tutto. Aveva deciso.

Era totalmente immerso nel mare, che forte lo abbracciava, come a salutarlo per l'ultima volta, prima di partire.

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Ritrovarsi, forse

Jacopo Gallo Curcio

ritrovarsi, forse
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Ritrovarsi, forse è la storia di tutti noi. Un romanzo moderno che, attraverso le vicende intrecciate di tre giovani, narra della solitudine e della fragilità dei rapporti di coppia, caratterizzanti la nostra epoca.

I tre protagonisti provengono da situazioni e luoghi diversi: una ragazza di New York, innamorata dell'amore, lasciata dal suo compagno; un avvocato di Milano, cinico e donnaiolo, che scopre di essere affetto da una malattia; un giovane di Lipari, ingenuo e fragile, incerto sulla sua sessualità.

Partono alla ricerca di se stessi e s'incontrano casualmente a Roma. Da qui si dipana una fitta trama di situazioni che li aiuterà a crescere e maturare, fino a trovare la forza per affrontare l'ostacolo che ciascuno di loro ha e che impedisce il raggiungimento dell'amore di cui sentono, nonostante tutto, la necessità.

Non sarà facile, ma superati quei problemi i protagonisti avranno la possibilità di ritrovarsi e forse vivere appieno se stessi e i loro sentimenti.

L'autore

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Jacopo è un avvocato con molte passioni. Ha vissuto a Londra, a Milano, oltre che a Roma dove è nato e in queste città ha ambientato il suo romanzo.
In passato si è diplomato come attore presso una scuola professionale di teatro e ha recitato in vari spettacoli, sia classici, sia moderni. Ha partecipato come autore anche all'ideazione e alla realizzazione di vari spettacoli rappresentati all'Auditorium Parco della musica di Roma.
La sua passione per la scrittura lo ha condotto prima al diploma in giornalismo presso la London School of Journalism e quindi a collaborare con riviste, scrivendo articoli su politica e attualità . Alla fine ha scritto il suo tanto agognato romanzo.

Il suo sito web


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Perché l'abbiamo scelto

Ritrovarsi, forse racconta le relazioni amorose e familiari nel mondo contemporaneo, dove i personaggi sono in bilico tra la fragilità dei sentimenti e lo smarrimento identitario, con quella profonda paura di non essere accettati e amati per come si è, che accomuna molte generazioni.

Sebbene la trama risulti a tratti debole, con elementi giustificabili solo attraverso la finzione letteraria, la delicatezza e la grande sensibilità con cui Jacopo Gallo Curcio affronta tematiche difficili e spesso abusate, come l'omosessualità o l'HIV, valgono la lettura di un testo che sa raggiungere e scuotere il cuore del lettore.


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