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L'amore conta

Carmen Laterza

PROLOGO

Non appena mi resi conto che sotto i miei piedi non c'era più il sentiero tracciato, alzai lo sguardo e mi voltai indietro confusa: ero finita in un meraviglioso bosco di faggi.

I tronchi, alti e slanciati, lasciavano filtrare la luce del tardo pomeriggio, calda e avvolgente. Al suolo, foglie e muschio formavano un morbido tappeto, e in alto, le chiome verdeggianti frusciavano protettive; ma nessun segnale del sentiero, né per terra, né sui tronchi.

Non sapevo come e quando, ma era evidente che, mentre ragionavo tra me e me sul testo di S. Agostino e tutto il resto, mi ero distratta, ero uscita dal sentiero e ora stavo camminando a caso nel bosco.

"Bene, Irene, rifletti", mi dissi. "La direzione è quella giusta perché non hai trovato bivi e non hai fatto svolte. Allora il sentiero deve essere poco lontano. Basta cercare!"

Istintivamente andai verso ovest, dove vedevo la luce del sole entrare tra gli alberi; e infatti da quella parte, dopo poche decine di metri, il bosco finiva, affacciandosi a ridosso di una strada sterrata che costeggiava la montagna.

Era sicuramente la strada principale, che si sviluppava parallela al sentiero che avevo appena perso.

Mi sistemai meglio lo zaino rosso che avevo sulle spalle, e che cominciava a pesarmi un po', e ripresi a camminare, salendo verso la cima.

Il mio pop swatch segnava le sette e mezza: erano già passate tre ore da quando avevo cominciato il percorso. Non mi ricordavo che il sentiero fosse così lungo e difficile. Probabilmente ero io a essere più lenta del solito perché ero fuori allenamento: quella era la prima vera uscita dell'anno.

Dopo le brutte giornate invernali, infatti, anche nei mesi di marzo e aprile eravamo stati impegnati tutte le domeniche a fare servizio in parrocchia, un po' in preparazione alla Pasqua, un po' per aiutare i missionari appena arrivati dal Congo a raccogliere fondi per la loro missione.

Poi finalmente era arrivato maggio, e Nicola e Caterina avevano annunciato l'uscita in montagna per il terzo fine settimana del mese.

– OK, ragazzi, allora il prossimo sabato facciamo un'uscita! – aveva esclamato Nicola.

– Eh sì, era ora! – continuò Caterina – Sennò che clan siamo? Il nostro motto è "buona strada" e qui non facciamo un passo da mesi!

– Sì, vabbè, ma dove andiamo?

– Un sentiero facile, vero Nicola?

– Dove dormiamo? Non in tenda, ti prego!

Il clan scout del S. Giorgio era molto piccolo e, oltre a me e ad Anna, che eravamo entrate a farne parte a ottobre, c'erano solo altre quattro ragazze e due ragazzi. Tutti pigri.

Ma Nicola e Caterina erano capi entusiasti; proponevano ogni progetto come fosse un'avventura imperdibile e non si lasciavano certo smontare dalla nostra indolenza.

– Andiamo a Casera Casavento, – ci comunicò Nicola – partenza dal piazzale delle corriere sabato dopo pranzo, alle due e mezza. Dormiremo nella Casa Scout di Andreis, ma portate il sacco a pelo!

Il sabato successivo, arrivati in piazza ad Andreis, ci dirigemmo a piedi fuori dal paese, proseguendo verso Bosplans, fino al punto in cui la strada fa una curva a destra, dove, al di là del guard rail, parte il sentiero 351.

Nicola tirò fuori delle fotocopie e le distribuì a tutti.

– Sono tre testi molto belli che parlano della solitudine, – disse – ma non quella triste e buia che fa paura e che nessuno dovrebbe mai vivere; no, la solitudine buona, quella positiva che ogni tanto dovremmo cercare per riflettere meglio su noi stessi.

Caterina cominciò a leggere ad alta voce, e io fui subito colpita da un passo di Sant'Agostino che recitava: "Non uscire da te, torna in te stesso, nell'interno dell'uomo abita la verità. E se troverai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso". Mi sembrava che quella frase si riferisse proprio a me, perché mi sentivo così mutevole in quel periodo, ma non avevo capito bene cosa significasse trascendere da se stessi, e soprattutto come lo si potesse fare.

– Bene! – disse Caterina quando ebbe finito di leggere – Ora ciascuno di noi rifletterà in solitudine sui brani che abbiamo letto e sul loro significato. Quindi… – e fece una pausa a effetto come si fa con i bambini – facciamo deserto! – esclamò alla fine vittoriosa.

– Evvai! – dissero insieme Enrico e Davide, dandosi il cinque e caricando la voce di finto entusiasmo.

– Ma che significa? – chiesi io.

– Significa che ciascuno di noi cammina da solo lungo il sentiero. – spiegò Nicola – Io parto per primo; poi, a turno, ciascuno di voi aspetta cinque minuti e parte a sua volta. Quando c'è un bivio io mi fermo, aspetto il secondo, gli mostro la strada giusta e poi riparto. Lui aspetta il terzo e così via.

– Stasera dopo cena facciamo il cerchio e condividiamo le riflessioni che abbiamo fatto durante il sentiero. – concluse Caterina.

– OK, chi parte dopo di me? – chiese Nicola.

– Posso stare per ultima? – domandai io.

– E allora io penultima! – disse subito Anna.

Nicola e Caterina si guardarono un po' indecisi, forse perché io e Anna eravamo le più piccole del gruppo.

– Dai, ti prego, – insistette Anna – questo sentiero l'abbiamo fatto anche l'estate scorsa, al Cantiere estivo del noviziato! Lo conosciamo!

– Ah sì? – le sussurrai all'orecchio.

Io proprio non me lo ricordavo, ma non ho mai avuto buona memoria per le strade; figuriamoci per i sentieri di montagna.

Comunque, Nicola partì per primo e io per ultima. Mi piaceva l'idea di non avere nessuno dietro e di poter andare lentamente, senza paura di essere raggiunta.

Il panorama era suggestivo e mi ripagava della fatica della salita. Non rammentavo davvero di aver fatto così tanta strada in salita l'anno prima, al Cantiere estivo, ma forse quella volta, in compagnia, chiacchierando con gli altri del gruppo, di tutta quella strada non me ne ero neppure accorta.

Il sole di maggio scaldava piacevolmente i miei capelli.

Le parole di Sant'Agostino mi giravano per la testa e richiamavano un susseguirsi di pensieri: il prof di matematica, quello stronzo, che mi aveva interrogato due volte nella stessa settimana, la Valentina della IV C, che aveva fatto l'oca con Alessandro dicendogli che lui meritava molto di più di una sciacquetta come me, e lui, che invece di difendermi non aveva risposto nulla.

Insomma, non riuscivo a trascendere me stessa. Ma in compenso avevo trasceso i confini del sentiero.

Camminai ancora per un'ora lungo la strada sterrata, che saliva in modo dolce ma continuo, godendomi lo spettacolo del tramonto dietro il Col Nudo.

Quando vidi il sole sparire definitivamente dietro le montagne, ebbi la conferma che era davvero tardi. Erano già le otto e mezza: di lì a poco si sarebbe fatto buio e io non avevo nemmeno una torcia.

Sicuramente quella strada mi stava facendo fare un percorso molto più lungo di quello che avrei fatto se non avessi perso il sentiero, ma ormai non potevo che seguirla. Gli altri mi stavano sicuramente aspettando con preoccupazione; non potevo fermarmi.

Il rumore del motore arrivò prima della vista del Mitsubishi Pajero che, con i fari accesi, scendeva verso di me.

"Che faccio? Lo fermo? Non lo fermo? E se lo fermo che gli dico? Ma, se non lo fermo, rimango col dubbio. Sì, ma se è un maniaco? Maniaco o no, qui stasera non passerà nessun altro…"

Mentre discutevo con me stessa, il mio braccio si alzò da solo facendo segno al conducente di fermarsi.

– Mi scusi, signore, ha mica visto un gruppo di scout nella casera in cima alla montagna?

– No, in cima non c'è nessuno… – disse lui lentamente – e non c'è nessuna casera – e mi guardò come ad attendere la domanda successiva.

Io non dissi niente: non sapevo cosa dire, non sapevo cosa pensare.

– Ti sei persa? Non hai una cartina? – fece lui.

– No, cioè sì, in parte… – farfugliai io – Ho perso il sentiero, nel bosco, ma la direzione è quella giusta, lo so, devo andare a Casera Casavento… – dissi indicando con la mano la montagna.

– Ma Casera Casavento è da tutt'altra parte – esclamò lui – ed è molto lontana da qui! Come hai fatto a finire fin quassù? Non ti hanno insegnato che in montagna, quando ci si perde, si va verso valle e non verso monte?

Mi fece salire in macchina e cominciammo a scendere lungo la strada che io avevo appena salito inutilmente. Guidando, lui continuava a parlare; mi chiese altre cose, ma io non riuscivo a rispondere: lo sentivo ma non lo ascoltavo; guardavo davanti a me ma non vedevo niente.

Ero assolutamente bloccata da una sensazione di smarrimento totale che non avevo mai provato prima in vita mia. E non era la semplice paura di essermi persa. Nel bosco mi ero accorta di aver perso il sentiero, sì, ma non avevo avuto paura. Avevo ragionato; sapevo qual era la direzione giusta, e in quella direzione avevo continuato ad andare. Avevo un punto di riferimento e, trovandomi in difficoltà, avevo chiesto indicazioni.

Ora invece scoprivo che quello che prima avevo pensato essere giusto, in realtà era sbagliato, e che mi ero persa molto prima di averlo capito.

Non era la possibilità di perdermi "fuori di me" che mi spaventava, quanto piuttosto la consapevolezza lancinante che contro la perdita di orientamento "dentro di me" non c'erano bussole.

O almeno, io non le avevo.

esci

L'amore conta

Carmen Laterza

l'amore conta
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L'amore conta è un romanzo psicologico, prima che d'amore.

Irene è sposata da due anni, Luca è un marito presente e affettuoso, eppure lei si sente inquieta e insoddisfatta; alla soglia dei quarant'anni le sembra che la vita le stia scivolando via. Così, un po' per gioco e un po' per curiosità, decide di iscriversi a Meetic, il sito di incontri più gettonato del momento, e comincia una doppia vita scandita dall'alternarsi di appuntamenti clandestini, comici ed erotici, che inizialmente prova a vivere con distacco, ma che finiscono per coinvolgerla in un "qualcos'altro" che non era ciò che cercava.

Sempre più distaccata dalla propria realtà, incrinati i rapporti con il marito, con la sua migliore amica e con il padre, Irene si ritrova infine ad affrontare sé stessa, persa in un'esistenza senza più appigli, fredda e apparentemente senza senso.

Sarà proprio l'amore, quell'amore incondizionato e disinteressato che Irene dice di non aver mai ricevuto, a ritrovarla e a salvarla dall'abisso, perché nella vita "l'amore conta, e sa contare".

L'autrice

laterza

Nata e cresciuta a Pordenone, città in cui vive tuttora, Carmen Laterza ha lavorato come Dirigente Scolastico. Prima di tale ruolo, per diversi anni ha insegnato Materie Letterarie nelle Scuole Medie e Superiori della sua città.
Laureata in Lettere ad indirizzo musicologico e diplomata in Pianoforte, in passato ha collaborato con la Federazione Nazionale delle Associazioni Regionali Corali ed è stata critico musicale presso Il Gazzettino di Pordenone.
Lasciata volontariamente la Pubblica Amministrazione, Carmen adesso si dedica a tempo pieno alla sua passione per la scrittura, scrivendo per sé, ma soprattutto lavorando come ghostwriter, editor e consulente per il Self Publishing.
Ha autopubblicato il saggio musicologico I duetti d'amore nelle opere di Giuseppe Verdi, frutto di un lavoro di rivisitazione della propria tesi di laurea.
L'amore conta è il suo primo romanzo.

Il suo sito web


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Perché l'abbiamo scelto

Carmen Laterza riesce a dipingere con grande maestria un ritratto di donna forte e intenso. Entrare nei panni (e nella testa) di Irene è un'esperienza che non lascia indifferenti: che sia odio, rabbia, comprensione o affetto, quando avrete letto l'ultima pagina non potrete negare d'aver provato qualcosa per questa donna in fuga.

L'amore conta è una discesa sullo scivolo della psicologia di una crisi interiore, esistenziale e personale, che a volte colpisce basso, ma lascia il segno.


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