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La scelta

Francesco Zampa

Capitolo 1

Il censimento

Non era difficile. Me l’avevano detto, infatti. Dovevo solo prendere una scheda per volta, controllare che fosse compilata per bene, spuntare il nome della persona interessata dall’elenco che avevo con la matita rossa o con quella blu. Alla fine, la infilavo in uno dei due raccoglitori davanti a me, sulla mia scrivania. La percentuale d’errore era ridotta al minimo: sì o no. A destra mettevo la maggior parte dei fogli. Non contenevano nulla di interessante. Ogni tanto ne capitava qualcuno anche a sinistra. Ero sempre riluttante prima di lasciarcelo. È vero, mi avevano spiegato anche questo. È solo un censimento, di che ti preoccupi? Preferisci andare in prima linea? No che non preferivo andare in prima linea, che domande. Solo che già non capivo perché era così importante se un ufficiale fosse ebreo o meno. Da quando mi ero arruolato non ne avevo conosciuto neanche uno, mica ce l’avevano scritto in faccia. Ho cominciato a farci caso solo dopo che era cambiata la legge. Qualcuno aveva cominciato a darmi gomitate e dirmi sottovoce: “Sai che Tizio è ebreo?”. Io guardavo Tizio e non vedevo nulla di strano. “”, rispondevo comunque, “me l’hanno detto.” Quello annuiva, si tranquillizzava, alzava le sopracciglia, molleggiava la testa come se avesse detto chissà che, e potevamo continuare a chiacchierare del più e del meno. Ma era prima della guerra. Ora avevano cominciato a chiedere anche dei sottufficiali, della truppa, degli impiegati civili. E non risparmiavano neanche noi Carabinieri. Io per primo avevo dovuto firmare una scheda come quelle che mi arrivavano da tutta Italia. Avevo dovuto dichiarare di appartenere alla razza ariana. La Razza Ariana? Io ero nato a Trastevere!

Ma non per questo mi avevano impiegato all’Ufficio Riservato del Ministero della Guerra. Avevano costituito l’ufficio dopo la promulgazione delle leggi razziali. Io avevo fatto l’avviamento, sapevo scrivere a macchina, e già erano cose rare. E poi avevo una memoria prodigiosa per nomi ed elenchi. Ricordavo tutti i miei compagni di scuola, i membri del mio plotone e della mia compagnia alla Scuola Marescialli. Un dono di natura. Però se il Maggiore del quinto piano non si fosse interessato per me non credo che sarei stato destinato lì. Una spintarella, eh sì. Faceva comodo a tutti e due. Mia madre faceva le pulizie a casa sua e aveva paura di perdere anche me. Mio fratello Fabio era andato in Russia e non se ne sapeva nulla. Massimo, l’altro mio fratello, era in Africa e arrivava una lettera ogni sei mesi. Mio padre aveva fatto il muratore e, purtroppo, era morto in un cantiere di un palazzo sulla via Appia. Il Maggiore doveva aver preso a cuore mia madre tanto da dirle: “Stai tranquilla, Giannina, ci penso io.” Era un tipo riservato. Fin da piccolo lo vedevo fare le scale a piedi con quella sua uniforme tutta decorata. Che timore! Fu così che a diciassette anni mi arruolai. La mamma mi raccomandò a lungo di non fare parola con nessuno di quell’aiuto, e ancora me lo dice. Poco dopo, il Maggiore partì per la Libia o per il fronte: non capii bene, ma non lo vidi più. Due anni dopo, appena nominato brigadiere, avevo iniziato a trattare la corrispondenza del Ministero della Guerra. Controllavo l’elenco degli Ufficiali nell’Albo del Ministero e chiedevo ai singoli Comandi di Corpo di tutto il Regno di invitare i loro dipendenti a compilare la scheda di proprio pugno e restituirla firmata. Non era una richiesta pressante, se il mio capo ufficio, il colonnello Felici, passava e mi diceva sempre: “eeeeeeeehhhh” sottovoce, accompagnandolo sempre con una smorfia e con il gesto della mano a mo’ di pala, seminascosta lungo il suo grosso profilo. Non ti preoccupare, capivo io. E io non mi preoccupavo. Quando le risposte arrivavano, facevo un segno di spunta nell’elenco dell’Albo, in corrispondenza del nome della persona interessata. Se non rispondevano, mettevo la richiesta sotto la pila e ripartivo da quella sopra, e così via.

Ogni tanto, non molto spesso, per la verità, sentivo rumore di tacchi che battevano sulle scale e poi rimbombavano nell’androne. Il capitano Schüerrle delle SS arrivava senz’altro preavviso se non quello. Aveva degli stivali di pelle nera lucida e una divisa sempre impeccabile. Passava davanti alla mia postazione con una specie di passo dell’oca, tanto era imponente e rapido. Il suo attendente faticava a stargli dietro. Non guardava nessuno, si fermava davanti alla porta del mio comandante. Lasciava mantello e guanti ed entrava senza bussare. In un minuto, il comandante usciva e mi chiedeva di preparare il caffè. Dopo le prime volte, lo preparavo senza che me lo chiedesse non appena lo vedevo arrivare. Poi dovevo portare, uno dopo l’altro, tutti i faldoni del censimento dei militari di razza ebraica. Era impossibile controllarli tutti, ma Schüerrle voleva sempre così. Dava un’occhiata a qualche foglio a caso, oppure allungava lo sguardo mentre, seduto sulla poltrona davanti alla scrivania di Felici, sorseggiava il caffè.

Quando andavo a riprendere i faldoni, Felici diceva ad alta voce che così non andava bene, che non si spiegava perché molti non avevano ancora risposto o perché la maggior parte delle risposte erano negative. Se uno non è ebreo, non lo è, pensavo io.

Schüerrle ascoltava impassibile, ma quegli occhi chiari non riuscivano a nascondere il compiacimento nel vederci indaffarati alle sue richieste. Qualche volta mi sembrava strano che un capitano, anche delle SS, anche con quelle impeccabili divise nere, incutesse così apprensione in un colonnello. Però eravamo alleati, sicuramente era una sensazione sbagliata. Ero stato nei Balilla, sapevo bene che potevo servire la Patria anche evitando di pormi troppe domande.

Quando Schüerrle se ne andava, Felici lo accompagnava alla porta, ogni volta più trafelato. La fronte aggrottata, le mascelle serrate, ascoltava concentrato quelli che dovevano essere importanti suggerimenti. Suggerimenti molto pressanti, avrei detto. Rientrava in ufficio e appuntava a matita rossa sulla copia sollecitare.

Entrambi ci affacciavamo dalla finestra finché non vedevamo il tedesco salire sulla sua Kubelwagen e allontanarsi per via XX Settembre. Alla fine, Felici mi faceva riportare tutto a posto mentre sbuffava con la mano infilata nel colletto della camicia per allentare la cravatta prima che poteva. Io rimettevo a posto i fogli nei faldoni senza commentare. Lasciavo fuori solo quelli con gli appunti.

A dire il vero, l’ultima volta che vidi Schüerrle in ufficio, trovai una cosa un po’ diversa. Di fianco al testo della nostra richiesta, Felici aveva scritto con la sua bella calligrafia: chiediamo 20 o 25 schede in bianco. Venti o venticinque? Non riuscivo a capire e controllai tutto dall’inizio. C’era la nostra richiesta ai comandi periferici di verificare la presenza di militari o dipendenti civili di razza ebraica. Poi c’erano una serie di risposte negative giunte nel giro di qualche mese. Quindi avevamo chiesto che ognuno compilasse la dichiarazione di appartenenza o meno, anche per i propri familiari. Nessun ebreo, o poco più. Ora, Felici aveva lasciato questo appunto. Ma se già avevamo visto che non c’erano, perché dovevamo chiedere altre schede? E come facevamo a sapere in anticipo che sarebbero stati venti o venticinque i possibili non ariani?

«Pensi che sia facile ragionare con quelli?»

«No, ma… non capisco come facciamo a stabilire in anticipo una quantità, visto che scriviamo a tutti proprio per accertarcene.» Dissi senza timori riverenziali. Felici era un uomo ragionevole. Le incongruenze alle quali aveva assistito da quando era a capo di quell’ufficio avevano di molto attenuato il distacco degli ufficiali nei confronti della truppa. Quella storia della razza ariana convinceva poco tutti; solo i più esaltati non si ponevano domande. La propaganda era capillare ma non riusciva a persuadere fino in fondo. Eravamo in Italia, e la gente pensava in un altro modo rispetto ai Tedeschi.

Felici disse: «Loro vogliono trovare questi Ebrei. Li vedono dappertutto, pensano che qui sia come in Germania. Non capiscono che se la gente non abita al Ghetto o poco vicino neanche li conosce. Allora noi chiediamo venti o venticinque schede e la prossima volta che viene gli facciamo vedere che li abbiamo cercati ancor di più. Torneranno negative? Meglio per tutti.»

esci

La scelta

Francesco Zampa

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Leggi l'anteprima

Quando i Tedeschi decisero di liquidare il Ghetto di Portico d'Ottavia oltre ogni resistenza passiva delle Autorità italiane, ritennero opportuno rendere prima inefficiente i Carabinieri, tradizionalmente radicati nella popolazione, nell'unica maniera a loro congeniale: la deportazione in massa.

Roma, 6 ottobre 1943. Il giovane brigadiere Flavio Cesari ha grande memoria, sa scrivere a macchina e, anche per questo, cura il censimento dei militari di razza ebraica all'Ufficio Riservato del Ministero della Guerra. È di Trastevere e non poteva desiderare di meglio mentre intorno infuria la follia sanguinaria. Non bastasse, è in segreto innamorato della giovane ebrea Eva.

Mentre rientra a casa come sempre, assiste all'eccidio di un graduato sul Ponte Garibaldi da parte dei Tedeschi, sotto gli occhi di tutti: la sua nuova vita è già iniziata, e lui non lo sa. Scioccato, si unisce a un gruppo di sbandati. Da loro sa che il colonnello Kappler ha ordinato la deportazione in Germania di migliaia di carabinieri romani, colpevoli di non dare garanzie ai Tedeschi in vista del loro segreto, orribile proposito.

Il terrore lo pervade perché, a forza di compilare e aggiornare elenchi, Flavio è l'unico a conoscere con esattezza gli indirizzi di tutti i suoi colleghi.

L'autore

zampa

Francesco Zampa è nato ad Assisi nel 1964. È cresciuto con letture bonelliane, i noir, i western di John Ford e la fantascienza classica per passare poi, tra gli altri, a Michael Crichton, John Grisham, Tom Clancy, Frederick Forsyth e Stephen King. Il suo film cult è "Ben-Hur", il libro "Moby Dick".
Autore indipendente dal 2012, ha pubblicato nove titoli (di cui tre tradotti in tre lingue) di diverso genere con il proprio marchio, Zipporo Direct Publishing.
Ama affrontare grandi argomenti come il condizionamento mediatico e lo strapotere economico e politico.

Il suo sito web


cartoleria

Perché l'abbiamo scelto

Zampa ci racconta un episodio (inspiegabilmente) poco conosciuto della II guerra mondiale. Un episodio che ci riguarda da vicino, ma che non è compreso nei programmi scolastici, né nei corsi di Storia contemporanea dell'Università: la deportazione dei carabinieri della Capitale ad opera dei nazisti, nell'ottobre del 1943.

Lo fa mischiando abilmente parti romanzate e fatti realmente accaduti, personaggi di finzione e persone che hanno davvero fatto, nel bene o nel terrificante male, ciò che qui è narrato.

La fa con una passione palpabile, che rende davvero difficile rimanere indifferenti dopo aver letto queste pagine.


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