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Agemina

M.G.L. Valentini

Perugia, estate 1294

La giornata si annunciava calda e afosa come le ultime appena trascorse, a dispetto della leggera brezza mattutina che muoveva lieve le foglie sugli alberi carichi di frutti maturi. La vallata era smeraldina, punteggiata dai colori variopinti dei fiori che offrivano le loro delicate corolle ai raggi di Helio. Poco più in là si allungava una distesa imbiondita dal grano che i contadini, da alcune ore intenti al lavoro, stavano raccogliendo in covoni dorati. Il dolce cinguettio degli uccelli echeggiava melodioso, delicato intercalare al belare delle pecore nei campi e ai grugniti dei maiali nei recinti.

Alle prime luci dell’alba, subito dopo il primo canto del gallo, Jano Roccagelata aveva sospirato, alzandosi indolente dalla sedia. Si era strofinato gli occhi e aveva guardato il palazzo che assieme ai suoi uomini aveva piantonato tutta la notte.

Le torce accese alle pareti proiettavano ombre lunghe e ondeggianti, simili a mostruosi giganti mitologici, compagne di una nottata trascorsa all'insegna della paziente attesa dell'aurora.

«È finita anche stavolta.» fu il commento di un milite quando gli passò accanto per effettuare l’ultimo giro di ronda.

Jano annuì impercettibilmente: alla fine lui e i suoi uomini sarebbero potuti andare a riposare e a mettere qualcosa nello stomaco, appena il cambio della guardia fosse giunto.

Volse i suoi occhi ialini verso l’orizzonte dorato, sbadigliò stiracchiandosi e per una frazione di secondo rivide la scena vissuta alla fine di marzo di quell’anno.

Era giunto al seguito di Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo, e di suo figlio Carlo Martello, per premere sul conclave che, in via del tutto eccezionale, si teneva a Perugia.

Per Carlo II l’elezione del nuovo papa era diventata di primaria importanza da quando lo spagnolo Giacomo II d’Aragona aveva rinunciato al possesso della Sicilia. E lui, in quanto figlio di Carlo I d’Angiò, reclamante da tempo l’incoronazione a re di quella florida terra, non si era fatto scrupoli nel piombare all’improvviso nel conclave, provocando scompiglio. Senza esitazioni, aveva intimato ai porporati di sbrigarsi a scegliere un successore a Niccolò IV che potesse legalizzare la sua nomina a re di Sicilia.

Per tutta risposta, dopo il primo momento di smarrimento, i cardinali lo avevano ributtato fuori, facendogli notare senza mezzi termini che il conclave non poteva assolutamente essere disturbato fino all’elezione del nuovo pontefice.

Il re, allora, aveva urlato e sbraitato, ribattendo che la cattedra di Pietro era vacante già da due anni e che era giunta l’ora di colmare quell’imbarazzante vuoto che lasciava nell’oblio l’intera cristianità.

I porporati, capeggiati dal ferreo e risoluto Benedetto Caetani, non si erano lasciati intimidire: avevano buttato fuori il re e si erano di nuovo rinchiusi nella cosiddetta stanza delle adunanze, continuando il loro misterioso e sacro conclave.

Jano sentì i suoi uomini animarsi e si girò, tornando con la mente al presente, piegando gli angoli delle labbra alla vista delle guardie che venivano a dare loro il cambio. Nascose alla perfezione, dietro il sorriso di benvenuto, il sollievo che gli dava vederli e già pregustava il momento in cui sarebbe montato a cavallo per andare a riposare.

«Problemi?» domandò il capitano mentre si avvicinava in un tintinnio di lorica.

«Nessuno.» rispose con tono piatto.

Il capitano di Carlo II si grattò il mento pensieroso e osservò di sottecchi il palazzo.

Jano non disse nulla, giacché non c’era nulla da dire, perché tutti ormai pensavano la stessa cosa: dalla morte di Niccolò IV la sede papale era rimasta troppo a lungo vacante, nonostante i dodici cardinali elettori si fossero riuniti in alcune occasioni per eleggere il nuovo pontefice.

L’arrivo improvviso della peste li aveva costretti a rimandare sine die e nessuno ne poteva più di quell'interregno infinito. Ma i cardinali erano così divisi tra loro politicamente ed economicamente che non riuscivano a trovare un accordo che risultasse soddisfacente per tutte le parti schierate. E gli uomini di Carlo II si vedevano costretti a rimanere lì per assicurare il tranquillo svolgimento del conclave; in realtà per incutere, con la sola presenza, un po' di soggezione affinché si sbrigassero a eleggere il papa che avrebbe incoronato lo smanioso e scalpitante re di Napoli.

«Bene. Allora noi vi diamo il cambio.» annunciò il capitano con un sorriso forzato.

A quelle parole, Jano annuì e congedò i propri uomini, avviandosi poi a lunghe falcate verso le scuderie per prendere il cavallo. Desiderava solo dirigersi al palazzo dove alloggiava per riposarsi e rifocillarsi.

Il turno di notte era sempre un'incognita: o volava via tranquillo e al mattino eri ancora sufficientemente fresco, oppure diveniva un braccio di ferro tra soldati di una fazione e armigeri di un'altra, dove le mani seguivano spesso le parole più pesanti. Sedare una rissa era sempre un notevole dispendio di energie, perché non era sufficiente dividere i contendenti, ma occorreva rimanere allerta affinché non ricominciassero. Di tutti gli alleati di Carlo II, lui era l'unico blasonato che gradiva dividere gli oneri dei suoi uomini e trascorreva con loro i pesanti turni diurni e notturni, ricevendo la stima non solo dei propri soldati, ma anche di quelli al soldo degli altri nobili.

Lo scudiero avvertì il tintinnare della cotta in maglia che si avvicinava e un attimo dopo era già in piedi, uno sbadiglio che gli moriva in gola e le mani che stropicciavano gli occhi ancora assonnati.

«Hai i capelli pieni di fieno, Luchino.» l'avvertì Jano con indifferenza, mentre si avvicinava al cavallo.

Il ragazzino lo seguì come un automa, scuotendo la testa per svegliarsi, mentre passava una mano tra i capelli ricci per far cadere il fieno.

Montarono ognuno sulla propria cavalcatura e si avviarono lungo la strada ormai illuminata dal sole, diretti al palazzo che li ospitava.

Jano sbirciò appena il giovane scudiero e con la mente volò fino al feudo che suo padre, morendo due anni prima, gli aveva lasciato in eredità.

A dire il vero, una pesante eredità, poiché all'epoca contava appena sedici anni; tuttavia la peste non aveva avuto riguardi per la sua giovine età e senza scrupoli si era portata via il padre, Roffredo di Roccagelata, costringendolo a prendere prematuramente in mano le redini della contea. Fortuna per lui che l'uomo più fidato di Roffredo, Vidicungo Sanfelice, lo avesse preso sotto la sua ala protettrice e lo avesse assistito in quell'onere gravoso, continuando a svolgere la mansione di siniscalco dopo avergli giurato fedeltà. E lo stesso avevano fatto i soldati e i cavalieri che un tempo avevano servito Roffredo, riversando in lui la medesima fiducia che avevano avuto nel padre. E se gli abitanti di Roccagelata gli erano fedeli fino alla morte, lo doveva unicamente al governo di giustizia che aveva instaurato suo padre anni addietro.

Durante l’adolescenza si era spesso domandato se, quando Iddio lo avesse voluto, fosse stato all’altezza di Roffredo, del suo senso di giustizia tipico degli Hohenstaufen. E aveva ricercato di continuo il consenso negli occhi dei suoi coetanei. Ma solo l’inopinata peste era riuscita a dargli la risposta che voleva: il suo popolo lo amava e lo sosteneva così come aveva amato e sostenuto suo padre. E lui si era ripromesso di essere sempre all’altezza di tale riconoscenza.

«Nottataccia, mio signore?» s'informò Luchino reprimendo uno sbadiglio.

Riportato al presente dalla domanda del ragazzino, Jano sbatté le palpebre e rispose asciutto:

«Non più del solito.»

Dal tono della voce, lo scudiero capì che era meglio non insistere e guardò il sole che si alzava pigro nel cielo, avvolgendo tutto nel suo calore, pronto a bruciare la terra e i volti dei contadini.

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Agemina

M.G.L. Valentini

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Jano è il giovane conte di Roccagelata e per seguire il re è costretto a lasciare la reggenza a sua sorella Gelina. Con lei c'è Orso, il menestrello che allieta le cene con le sue ballate. All'improvviso al castello giunge un pretendente alla mano di Gelina e la ragazza scopre l'amore. Ma l'oggetto dei suoi pensieri non è il pretendente, bensì Orso, il quale si trova lacerato tra l'amore che nutre per Gelina e la lealtà verso Jano.

Poi, come un fulmine a ciel sereno, la pace a Roccagelata viene infranta da un assedio e quando Jano accorre per salvare le sue terre, è costretto a mettere Orso con le spalle al muro, svelandogli un segreto che nessuno dovrà mai scoprire.

E sarà questo segreto che costringerà Jano a macchiarsi di un omicidio, supportato da Ruggero, un cavaliere che gli rivela di essere innamorato di lui.

L'autrice

mgl valentini

Monica Maria Giovanna Lucrezia Valentini, vive a Roma con il marito e il figlio, ma nasce a Nettuno, teatro dello sbarco alleato del 1944 e da piccola giocava nel cimitero americano. Da brava nettunese ama il baseball, sport che per nove anni il figlio ha praticato. Ama da sempre il Giappone, ha una cognata giapponese e un nipote italo nipponico.
È cresciuta unica femmina in mezzo a comitive di ragazzi e forse per questo si sente un maschiaccio mancato. Non a caso per anni ha praticato judō, sport a lei più congeniale della danza classica verso cui l’aveva indirizzata sua madre. Di sé dice che quando Dio distribuiva la femminilità, lei era intenta a indossare catene e lucchetti da brava metallara. Da ragazzina scopre la passione per la Formula 1, tanto da correre sui kart, con gran disperazione del padre.
È un arciere medievale, fa parte degli Ordo Draconis e tira con il longbow storico. Tra le sue passioni, infatti, si impone la Storia.
Il suo primo romanzo, "Cristalli", lo ha scritto a diciannove anni.
Il metal e il rock sono le colonne sonore che accompagnano tutti i suoi scritti.

Il suo sito web

Perché l'abbiamo scelto

Evitiamo subito fraintendimenti: chi cercasse un “classico” romanzo storico potrebbe rimanere spiazzato. Stessa sorte potrebbe capitare a chi cercasse un “semplice” romanzo rosa, con qualche inserto storico d’atmosfera.

In questo libro, infatti, le scene romantiche, d’amor cortese e d’amor carnale, si presentano con continuità, ma all’interno di una ricostruzione storica sì romanzata, ma anche molto accurata: l’autrice ricostruisce con abilità l’ambiente dell’epoca e, in particolare, i mesi che passano tra l’elezione al soglio pontificio di Celestino V e la sua rinuncia a favore di Bonifacio VIII.

La cura e lo studio che si percepiscono chiaramente nella ricostruzione storica; lo stile, personale, maneggiato sempre con abilità; la bravura nel descrivere con semplicità atti e atteggiamenti oggi spinosi, ma all’epoca normali; l'attenzione messa nell’edizione dell’ebook: questi i principali motivi che ci spingono a consigliare questo libro.

“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori”: non vogliamo suggerire paragoni impropri, ma di questo si “canta” in questo libro davvero ben curato, che, a dispetto della lunghezza, si fa leggere con interesse fino all’ultima pagina.


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